sviluppo della libido e organizzazioni della sessualita
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Sigmund Freud
VOLUME SECONDO - PRIMA SERIE DI LEZIONI
Parte terza
TEORIA GENERALE DELLE NEVROSI
SVILUPPO DELLA LIBIDO E ORGANIZZAZIONI DELLA SESSUALITÀ'
Signori, ho l'impressione
di non essere riuscito a rendervi familiare
in modo veramente convincente l'importanza
delle perversioni per la nostra concezione della
sessualità. Vorrei perciò migliorare e
integrare la mia esposizione per quanto mi é possibile. Non le perversioni
soltanto ci hanno costretti a quella modifica del concetto
di sessualità che ci ha valso un'opposizione così
violenta. Lo studio della sessualità infantile vi ha
contribuito ancora di più e la concordanza di questa
con le perversioni ci é parsa decisiva. Ma le manifestazioni
della sessualità infantile, per quanto inequivocabili
possano essere negli anni più avanzati dell'infanzia, agli
inizi sembrano dissolversi nell'indefinibile. Chi non vuole
tener conto della storia dello sviluppo e del contesto
analitico contesterà a queste manifestazioni il carattere sessuale
attribuendo loro in compenso un carattere indifferenziato qualsivoglia.
Non dimenticate che per il momento non siamo in
possesso di un criterio universalmente accettato per definire
la natura sessuale di un processo, tranne,
ancora una volta, l'appartenenza alla funzione
riproduttiva, che d'altra parte dobbiamo respingere come
qualcosa di troppo limitato. I criteri biologici,
come le periodicità di 23 e 28 giorni stabilite
da Wilhelm Fliess, sono ancora assai discutibili;
le peculiarità chimiche dei processi
sessuali, di cui possiamo supporre l'esistenza,
aspettano ancora di essere scoperte. Al contrario, le perversioni sessuali
degli adulti sono qualcosa di tangibile e di inequivocabile.
Come dimostra già la loro
denominazione, universalmente accettata, si tratta indubbiamente
di sessualità. Si voglia poi chiamarle
segni di degenerazione o altrimenti, nessuno ha ancora avuto
il coraggio di situarle altrove se non tra i fenomeni della vita sessuale.
Anche solo in virtù di esse siamo autorizzati ad
affermare che sessualità e riproduzione
non coincidono: é infatti palese che tutte
quante le perversioni rinnegano la meta della riproduzione.
Vedo qui un parallelo non privo di
interesse. Mentre per i più "cosciente" e "psichico" sono
la stessa cosa, noi fummo costretti a procedere a
un ampliamento del concetto di "psichico" e a riconoscere
l'esistenza di qualcosa di psichico che
non é cosciente. Del tutto analogo é il caso
in cui gli altri dichiarano identici "sessuale"
e "appartenente alla riproduzione" (o "genitale"
se preferite esser più brevi), mentre noi non possiamo fare
a meno di postulare un "sessuale" che non é "genitale",
e cioè un sessuale che non ha niente a che fare con la riproduzione.
Si tratta solo di una somiglianza formale, ma non priva di una più
profonda motivazione. Ma, se l'esistenza delle perversioni sessuali
é un argomento così definitivo a questo
proposito, perché non ha prodotto il suo effetto
già da molto tempo liquidando questa questione? Veramente
non lo so. Penso che ciò sia
legato al fatto che queste perversioni sessuali
sono colpite da un bando del
tutto particolare, che si estende alla teoria e sbarra la strada perfino
alla loro valutazione sotto il profilo
scientifico. Come se nessuno potesse dimenticare che non
sono soltanto qualcosa di esecrabile, ma anche qualcosa
di mostruoso, di pericoloso; come se le si ritenesse
tentatrici e si dovesse in fondo soffocare una segreta invidia per
coloro che ne godono, simile ad esempio a
quella confessata dal langravio punitore nella celebre parodia del "Tannhouser":
"Im Vellusherg vergass er Ehr und Pflicht! - Merkw¸rdig, unser einem
passiert so etwas nicht". [Sul monte di Venere dimenticò onore e
dovere! - Strano, che a noi tal cosa non debba accadere.] In realtà
i pervertiti sono piuttosto dei poveri diavoli
che pagano straordinariamente caro il loro soddisfacimento difficile a
conquistarsi. Ciò che, malgrado ogni possibile stranezza
dei suoi oggetti e delle sue mete, rende l'attività
perversa così inconfondibilmente sessuale, é la circostanza
che l'atto del soddisfacimento perverso si risolve perlopiù anch'esso
nel pieno orgasmo e nella secrezione dei prodotti genitali. Questo
naturalmente é solo la conseguenza della maturità
delle persone; nel bambino l'orgasmo
e la secrezione genitale non sono possibili e vengono
sostituiti con accenni ai quali ancora una volta
viene contestato il carattere sessuale.
Devo aggiungere ancora qualcosa per completare
le nostre vedute sulle perversioni sessuali.
Per quanto le si possa ricoprire d'infamia, per
quanto nettamente le si contrapponga alla normale attività
sessuale, un'osservazione pacata ci mostra che alla vita sessuale
delle persone normali soltanto raramente manca questo o quel
tratto di natura perversa. Già il
bacio può pretendere l'appellativo di atto perverso, poiché
consiste nel congiungimento di due zone erogene orali al posto dei due
genitali. Nessuno però lo respinge come perverso; al
contrario, esso viene ammesso nella rappresentazione scenica
come allusione mitigata dell'atto sessuale.
Ma proprio il baciare può trasformarsi facilmente in una piena
perversione, e ciò quando diventa talmente intenso che
ne conseguono direttamente lo sfogo genitale e l'orgasmo, il che
non avviene poi tanto di rado. Si scopre
anche che per alcuni il palpare e il contemplare l'oggetto sono condizioni
indispensabili del godimento sessuale, che altri
al culmine dell'eccitamento sessuale pizzicano o mordono, che
non sempre negli amanti il massimo dell'eccitamento
sessuale é provocato dal genitale ma qualche volta
da un'altra regione del corpo dell'oggetto, e altre cose ancora di
questo genere, con grande varietà di scelta. Non ha alcun
senso escludere dalla schiera delle persone
normali e collocare tra i pervertiti chi presenta singoli tratti
di questo genere; al contrario si riconosce
sempre più chiaramente che l'essenza delle perversioni non
consiste nella trasgressione della meta sessuale, né nella
sostituzione dei genitali e neppure nella variazione dell'oggetto, ma soltanto
nell'esclusività con la quale queste deviazioni hanno luogo
e mediante la quale viene spinto in disparte l'atto sessuale che serve
alla riproduzione. Le azioni perverse, allorché
si inseriscono come elementi che preparano o rendono più intenso
il compimento dell'atto sessuale normale, non sono più
vere e proprie perversioni. Naturalmente lo iato tra
sessualità normale e sessualità perversa si
restringe assai a causa di questi fatti.
Ne risulta facilmente che la sessualità normale proviene da
qualcosa che esisteva già prima esi é affermata scartando come inservibili
certe caratteristiche di questo materiale e riunendone insieme altre
per subordinarle a un nuovo fine, quello riproduttivo. Prima
di impiegare la familiarità ormai
raggiunta con le perversioni per addentrarci nuovamente
con premesse più chiare nello studio della sessualità
infantile, devo richiamare la vostra attenzione su un'importante
differenza tra queste due realtà. La sessualità perversa,
di regola, é perfettamente concentrata: ogni sua azione
tende a una meta (perlopiù a un'unica meta),
una pulsione parziale ha in essa il sopravvento o
essendo l'unica pulsione accertabile o avendo ASSOGGETTATO
le altre pulsioni ai suoi intenti. A questo riguardo, tra la
sessualità perversa e quella normale non
c'é altra differenza se non che le pulsioni parziali dominanti
e quindi le mete sessuali, sono diverse. Tanto qui che là
c'é, per cosi dire, una tirannide organizzata, solo che qui
si é impadronita del potere una famiglia, là
un'altra.
La sessualità infantile, per contro,
é priva nel suo complesso di tale accentramento
e organizzazione, le sue singole pulsioni parziali
godono di uguali diritti perseguendo ciascuna per proprio conto la conquista
del piacere. Naturalmente, sia la mancanza sia la presenza
dell'accentramento concordano bene con il fatto che entrambe la sessualità
perversa e quella normale, sono scaturite dalla sessualità
infantile. Ci sono del resto anche casi di
sessualità perversa che hanno molta
più somiglianza con la sessualità
infantile, essendosi affermate (o meglio: continuate) numerose pulsioni
parziali, ciascuna con la propria meta e una indipendentemente
dall'altra. In questi casi é meglio parlare di infantilismo
della vita sessuale piuttosto che di perversione.
Così preparati,
possiamo passare alla discussione di
un suggerimento che non ci sarà sicuramente risparmiato.
Qualcuno verrà a dirmi: "Perché Lei si intestardisce a chiamare
sessualità già le manifestazioni dell'infanzia, indeterminate,
secondo la sua stessa dichiarazione, e dalle quali
si svilupperà più tardi la vita sessuale?
perché non preferisce accontentarsi
della descrizione fisiologica e dire semplicemente che nel
lattante si osservano già attività, come il ciucciare
o il trattenere gli escrementi, le quali
ci mostrano che egli tende al 'piacere d'organo'?
In tal modo eviterebbe l'ipotesi di una vita sessuale dei bambini
piccolissimi, che davvero offende la sensibilità di tutti".
Ebbene, Signori miei, non ho proprio nulla da obiettare contro
il piacere d'organo; so che anche il
supremo piacere dell'unione sessuale é solo
un piacere d'organo, legato all'attività
dei genitali. Ma sapete dirmi quand'é che
questo piacere d'organo, originariamente indifferente,
acquista il carattere sessuale che
possiede indubbiamente nelle fasi successive dello
sviluppo? Ne sappiamo di più intorno al "piacere d'organo"
che intorno alla sessualità? Risponderete
che il carattere sessuale sopravviene appunto
quando i genitali cominciano a svolgere
il loro ruolo: "sessuale" coincide allora con "genitale".
Respingerete anche l'obiezione basata sulle perversioni,
facendomi presente che nella maggior parte delle
perversioni ciò che importa in fin dei conti é l'orgasmo
sessuale, sia pure raggiunto in modi diversi dall'unione
dei genitali. Riconosco che, se cancellate dalla caratterizzazione
di ciò che é sessuale il rapporto con la riproduzione,
insostenibile per via delle perversioni, e anteponete
in sua vece l'attività genitale, la vostra posizione é assai
più forte. Ma a questo punto le nostre posizioni non sono più
molto lontane: abbiamo semplicemente gli organi
genitali contro gli altri organi. Ma cosa pensate di fare di
fronte alle molteplici esperienze che dimostrano
come i genitali possano venir sostituiti
da altri organi per il conseguimento di piacere,
come nel caso del normale bacio, come nelle pratiche pervertite
dei gaudenti, come nella sintomatologia dell'isteria? In questa
ultima nevrosi, é del tutto comune che i segni della
stimolazione, le sensazioni e le innervazioni,
e perfino i processi di erezione che sono tipici
dei genitali, vengano spostati su differenti e
lontane regioni del corpo (per esempio, nel caso di trasposizione verso
l'alto, sulla testa o sul viso). Dovete convincervi che non avete
nulla su cui basarvi per caratterizzare ciò che
é sessuale, e allora dovete decidervi a seguire il mio esempio
ed estendere la definizione di "sessuale" anche alle
attività della prima infanzia, tendenti al piacere
d'organo. E ora, a mia giustificazione, vi sottopongo ancora
due ulteriori considerazioni. Come sapete, noi chiamiamo sessuali le controverse
e indefinibili attività che, nella prima infanzia, sono
volte al piacere, perché, durante l'analisi, partendo dai sintomi
giungiamo a esse per il tramite di materiale incontestabilmente
sessuale. Devo ammettere che ciò non significa che debbano
essere sessuali anche queste stesse attività.
Ma prendete un caso analogo. Immaginate che
non disponessimo di alcun mezzo per osservare lo sviluppo, dai loro
semi, di due piante dicotiledoni, il melo e il fagiolo, ma
che ci fosse possibile in entrambi i casi seguire a ritroso il loro
sviluppo dalla pianta pienamente sviluppata fino al primo
embrione vegetale con due cotiledoni. I due cotiledoni hanno
un aspetto indifferenziato, sono del tutto
uguali in entrambi i casi. Supporrò per questo che siano
realmente uguali e che la differenza specifica tra melo e fagiolo subentri
solo più tardi nelle due piante? Oppure
é biologicamente più corretto credere che questa
differenza sia presente già nell'embrione,
benché io non possa ravvisare una
diversità nei cotiledoni? Facciamo lo stesso quando
chiamiamo sessuale il piacere delle attività
del lattante. Non posso qui discutere se ogni piacere
d'organo si possa chiamare sessuale, oppure se accanto a
quello sessuale ci sia un altro piacere che non merita questo
nome. So troppo poco del piacere d'organo
e delle condizioni che lo determinano; comunque,
dato il carattere a ritroso dell'analisi, non ho di che meravigliarmi se
alla fine giungo in presenza di fattori che per
il momento sono indefinibili. Ma non basta! Anche
se riuscite a persuadermi che é meglio considerare
non sessuali le attività del lattante, ottenete,
in complesso, ben poco ai fini di quello che vi sta a cuore, ossia la purezza
sessuale del bambino. Infatti, già a partire dal
terzo anno, non ci sono più dubbi per quanto riguarda la vita
sessuale del bambino: a quest'epoca i genitali cominciano già
a destarsi; ne risulta regolarmente, forse, un
periodo di masturbazione infantile, ossia
di soddisfacimento genitale.
Quanto alle manifestazioni psichiche
e sociali della vita sessuale, non temete:
scelta dell'oggetto, tenera preferenza per particolari
persone, addirittura decisione in favore di uno dei due sessi,
e gelosia, sono il frutto di osservazioni
imparziali, fatte indipendentemente e prima dell'avvento della
psicoanalisi, e tali da poter essere confermate da ogni osservatore
che abbia voglia di costatarle personalmente. Obietterete
di non avere dubitato del risveglio precoce della tenerezza, ma solo
del fatto che queste tenerezze rivestano carattere
"sessuale". E' vero che i bambini fra i tre e gli otto anni hanno
già imparato a nascondere queste cose ma,
se state attenti, non vi sarà difficile
raccogliere sufficienti prove delle intenzioni "sensuali" delle loro tenerezze
e, se poi ancora avrete dei dubbi,
vi verranno chiariti agevolmente e in larga misura dalle
indagini analitiche. Le mete sessuali di questo periodo
sono intimamente connesse con la simultanea
esplorazione sessuale di cui vi ho dato alcuni saggi. Il carattere
perverso di alcune di queste
mete dipende, naturalmente, dall'immaturità costituzionale
del bambino, il quale non ha ancora scoperto
la meta che consiste nell'atto di accoppiamento.
All'incirca dal sesto fino
all'ottavo anno si può notare un arresto
e una recessione dello sviluppo sessuale che, nei casi più favorevoli
dal punto di vista culturale, merita il nome di periodo di latenza.
Il periodo di latenza può anche mancare,
né esso comporta necessariamente un'interruzione generale dell'attività
e degli interessi sessuali. La maggior parte
delle esperienze e degli impulsi psichici precedenti l'inizio del periodo
di latenza soccombono poi all'amnesia infantile, alla dimenticanza
(discussa [nelle pagine precedenti]) che avvolge la nostra prima età
e ce la rende estranea. In ogni psicoanalisi si
pone il compito di riportare alla memoria questo periodo
dimenticato della vita; non si può fare a meno di supporre
che gli inizi della vita sessuale, in esso contenuti,
siano il vero motivo di questa dimenticanza, che l'oblio sia quindi un
risultato della rimozione. A partire dal terzo anno di età
la vita sessuale del bambino presenta molte concordanze
con quella dell'adulto. Si distingue da quest'ultima, come
già sappiamo, per la mancanza di una solida organizzazione
sotto il primato dei genitali, per gli inevitabili tratti di perversione
e, ovviamente, anche per l'intensità di gran lunga inferiore dell'aspirazione
sessuale nel suo complesso. Ma le fasi teoricamente più interessanti
dello sviluppo sessuale o, come diciamo noi, libidico,
stanno alle spalle di quest'epoca.
Tale sviluppo viene percorso con tale
rapidità che l'osservazione diretta probabilmente
non sarebbe mai riuscita a fissarne le fuggevoli
immagini. Solo con l'aiuto dell'indagine psicoanalitica delle
nevrosi é diventato possibile indovinare
fasi ancora anteriori dello sviluppo della libido. Queste
non sono, certo, nient'altro che costruzioni,
ma se vi capiterà di praticare la psicoanalisi, troverete
che sono costruzioni necessarie e utili. Come avvenga
che qui la patologia possa rivelarci condizioni che nel soggetto normale
ci sfuggono inevitabilmente, lo comprenderete tra poco. Eccomi dunque a
descrivervi come si forma la vita sessuale del
bambino prima che si stabilisca il primato dei
genitali la cui preparazione si effettua nell'epoca
infantile che precede immediatamente il
periodo di latenza e la cui organizzazione si compie a
partire dalla pubertà in poi.
In questo periodo precedente esiste un'organizzazione
meno stabile, che vogliamo chiamare pregenitale. In questa fase,
però, stanno in primo piano non le pulsioni genitali
parziali, bensì quelle sadiche e anali. Il contrasto tra maschile
e femminile non svolge qui ancora alcuna funzione; il suo posto é
preso dal contrasto tra attivo e passivo, contrasto che si può dire
preannunci la polarità sessuale con cui più tardi
si salda. Ciò che nelle attività
di questa fase ci appare come maschile, quando consideriamo tali
attività dal punto di vista della fase genitale,
si rivela l'espressione di una pulsione di appropriazione che sconfina
facilmente nella crudeltà. Certe tendenze con meta passiva si
collegano alla zona erogena dell'orifizio anale,
molto importante in questo periodo. Le pulsioni
di guardare e di conoscere si attivano fortemente,
il genitale prende parte effettivamente alla vita sessuale
soltanto come organo di escrezione dell'urina. Alle pulsioni
parziali di questa fase non mancano gli oggetti,
ma questi non convergono necessariamente in un unico oggetto. L'organizzazione
sadico-anale é lo stadio preliminare più
prossimo alla fase del primato genitale.
Uno studio più approfondito mostra quanta parte di essa rimane
conservata nella successiva, definitiva, conformazione
sessuale e in qual modo le sue pulsioni parziali vengono costrette a
inserirsi nella nuova organizzazione genitale. Dietro la fase
sadico-anale dello sviluppo libidico giungiamo a scorgere
anche uno stadio di organizzazione precedente,
ancora più primitiva, nella quale svolge la parte principale la
zona erogena orale. Come potete indovinare, in
essa rientra l'attività sessuale del ciucciare;
e a questo proposito ammirerete
la profonda comprensione degli antichi egizi, la cui
arte caratterizza il bambino, compreso il
divino Hor, con il dito in bocca. Solo recentemente
Abraham ha reso noto quali tracce lasci dietro di sé nella
vita sessuale degli anni successivi questa primitiva fase orale.
Signori, sono pronto a credere che
queste notizie sulle organizzazioni sessuali
siano state per voi più gravose che
istruttive. Forse ancora una volta mi sono troppo addentrato
nei particolari. Ma abbiate pazienza; ciò
che avete appreso ora acquisterà maggior
valore dalla sua successiva applicazione. Attenetevi
per ora al principio che la vita sessuale - o, come noi diciamo,
la funzione libidica - non compare come qualcosa
di compiuto, né continua a svilupparsi a somiglianza di sé
stessa, ma attraversa una serie di fasi successive che non si
rassomigliano tra loro; si tratta dunque
di uno sviluppo che si ripete più volte, come quello
dal bruco alla farfalla. Il punto di trapasso dello sviluppo
é la subordinazione di tutte le pulsioni sessuali parziali al primato
dei genitali e con questo l'assoggettamento della sessualità
alla funzione riproduttiva. In precedenza c'é una vita sessuale
per così dire dispersa, un'attività indipendente
delle singole pulsioni parziali che tendono
a conseguire il piacere d'organo. Questa
anarchia é mitigata da rudimenti di organizzazioni
"pregenitali": dapprima la fase sadico-anale e,
dietro a essa, quella orale, forse la più
primitiva. A ciò si aggiungano i diversi processi, non
ancora esattamente conosciuti, che conducono da uno stadio di organizzazione
a quello successivo e immediatamente superiore. Una delle prossime volte,
apprenderemo quale importanza per la comprensione delle nevrosi abbia il
fatto che lo sviluppo della libido percorra
un cammino così lungo e pieno di interruzioni.
Oggi seguiremo ancora un altro
aspetto di questo sviluppo, cioè la relazione delle pulsioni
sessuali parziali con l'oggetto. O, piuttosto,
daremo una rapida scorsa a questo sviluppo,
per soffermarci più a lungo su un suo risultato
alquanto tardivo. Alcune componenti della pulsione
sessuale - come la pulsione di appropriazione (sadismo), la pulsione
di guardare e quella di conoscere -
hanno fin dall'inizio un oggetto e lo conservano. Altre,
che sono più chiaramente legate a determinate zone erogene del corpo,
lo possiedono solo all'inizio, fintantoché continuano ad appoggiarsi
alle funzioni non sessuali, e lo abbandonano quando si staccano da queste.
Così il primo oggetto della componente orale
della pulsione sessuale é il seno materno, il quale soddisfa il
bisogno di nutrizione del lattante. La componente erotica, che viene
contemporaneamente soddisfatta durante il poppare al seno,
si rende poi indipendente come atto del ciucciare,
abbandona l'oggetto estraneo e lo sostituisce con una
zona del proprio corpo. La pulsione orale
diventa autoerotica, come lo sono sin dall'inizio le pulsioni anali
e le altre pulsioni erogene. Lo sviluppo
successivo ha, per esprimerci nel modo più conciso,
due mete: in primo luogo deve abbandonare l'autoerotismo,
scambiare nuovamente l'oggetto appartenente al proprio corpo con
un oggetto esterno; in secondo luogo deve unificare i diversi oggetti
delle singole pulsioni sostituendoli con un unico oggetto. Naturalmente
ciò può riuscire soltanto se questo oggetto é a sua
volta un corpo intero simile al proprio.
Inoltre questo sviluppo non può compiersi
senza che un certo numero di
spinte pulsionali autoerotiche vengano tralasciate come inutilizzabili.
I processi che danno luogo al rinvenimento
dell'oggetto sono piuttosto intricati e non
hanno trovato finora un'esposizione chiara ed esauriente. Sottolineiamo
per i nostri intenti che, quando il
processo ha raggiunto una certa conclusione negli anni infantili che precedono
il periodo di latenza, l'oggetto trovato si dimostra quasi
identico al primo, all'oggetto della pulsione di quel piacere
orale che era stato raggiunto per appoggio [alla pulsione
di nutrizione]. Anche se non é il seno materno,
questo oggetto é tuttavia la madre.
Noi chiamiamo la madre il primo oggetto d'amore. Parliamo infatti
di amore quando portiamo in primo piano
il lato psichico delle tendenze sessuali e vogliamo far retrocedere,
o dimenticare per un momento, le esigenze
pulsionali fisiche o "sensuali" che ne stanno
alla base. Nel periodo in cui la madre diventa oggetto d'amore é
già cominciato nel bambino anche il lavoro
psichico della rimozione, la quale sottrae alla sua consapevolezza
la nozione di una parte delle sue mete sessuali. A questa scelta
della madre come oggetto d'amore si ricollega tutto ciò
che, sotto il nome di COMPLESSO EDIPICO ha assunto così grande
importanza nella spiegazione psicoanalitica delle
nevrosi e ha contribuito in misura forse non trascurabile a provocare la
resistenza contro la psicoanalisi. Ascoltate un piccolo episodio che si
é verificato nel corso di questa guerra.
Uno dei valenti discepoli della psicoanalisi si trova come
medico al fronte tedesco in qualche parte della Polonia e attira l'attenzione
dei colleghi per il fatto di esercitare occasionalmente
un inaspettato influsso su
un ammalato. Interrogato, confessa di lavorare con i metodi
della psicoanalisi e si dichiara pronto a comunicare ai colleghi
le sue conoscenze.
Ogni sera, dunque, i medici del corpo, colleghi
e superiori, si riuniscono per ascoltare le segrete
dottrine dell'analisi. Per qualche tempo tutto va bene ma,
dopo che egli ha parlato agli ascoltatori del complesso
edipico, un superiore si alza e afferma che lui non
ci crede, che é una bassezza
da parte del conferenziere raccontare cose
del genere a loro, bravuomini che combattono per la loro patria e
padri di famiglia, e vieta il proseguimento
delle conferenze. Così la cosa ha
avuto fine. L'analista si é fatto trasferire in un'altra parte del
fronte. Io, tuttavia, credo che sarebbe grave se per
la vittoria tedesca occorresse una simile "organizzazione"
della scienza; la scienza tedesca non la tollererà.
Sarete ora impazienti di sapere che cosa contenga questo terribile complesso edipico. Il nome ve lo dice. Voi tutti conoscete la leggenda greca del re Edipo, che é destinato dal fato a uccidere suo padre e a prendere in sposa sua madre, che fa di tutto per sfuggire alla sentenza dell'oracolo e che poi si punisce accecandosi, quando apprende che ha nondimeno commesso, inconsapevolmente, entrambi questi delitti. Mi auguro che molti di voi abbiano provato di persona l'effetto sconvolgente della tragedia nella quale Sofocle tratta questa materia. L'opera del poeta attico mostra come il misfatto di Edipo, commesso molto tempo prima, venga a poco a poco svelato con un'indagine rallentata ad arte e attizzata da sempre nuovi indizi; sotto questo aspetto essa ha una certa somiglianza con il procedere di una psicoanalisi. Nel corso del dialogo avviene che Giocasta, l'illusa madre-sposa, si opponga al proseguimento dell'indagine. Essa si appella al fatto che a molti é capitato in sogno di giacere con la propria madre, ma che ai sogni bisogna dar poco peso. Noi non diamo poco peso ai sogni, e tantomeno ai sogni tipici, quelli che sono comuni a molte persone, e non dubitiamo che il sogno menzionato da Giocasta sia intimamente connesso con il contenuto, strano e spaventoso, della leggenda. C'é da meravigliarsi che la tragedia di Sofocle non provochi il rifiuto indignato dell'ascoltatore, una reazione simile a quella del nostro medico militare semplicione, ma di gran lunga più giustificata. Poiché, in sostanza, é un'opera immorale, che annulla la responsabilità dell'uomo, mostra le forze divine istigatrici del delitto e l'impotenza degli impulsi morali dell'uomo che al delitto si oppongono. Si potrebbe quasi credere che la materia della leggenda si proponga di accusare gli déi e il fato, e nelle mani di Euripide, spirito critico in rotta con gli déi, essa si sarebbe probabilmente trasformata in un'accusa di questo genere. Ma trattandosi di un credente come Sofocle, non é il caso di vedere le cose sotto questa luce; un devoto espediente, per cui la più alta moralità starebbe nel piegarsi alla volontà degli déi, anche quando essi ingiungono qualcosa di criminoso, aiuta a superare la difficoltà. Non ritengo assolutamente che questa morale sia uno dei punti di forza dell'opera; al contrario, essa é indifferente ai fini dell'effetto tragico. L'ascoltatore non reagisce alla morale, ma al senso e al contenuto segreto della leggenda. Reagisce come se, attraverso un'autoanalisi, avesse riconosciuto in sé il complesso edipico e smascherato sia la volontà divina sia l'oracolo, riconoscendo in essi gli elevati travestimenti del suo proprio inconscio. E' come se fosse costretto a ricordare i desideri di eliminare il padre e di prendere al suo posto la madre in moglie, e a esserne atterrito. Egli intende anche la voce del poeta come se volesse dirgli: "Invano ti dibatti contro la sua responsabilità e invochi quello che hai fatto contro queste intenzioni delittuose. Sei colpevole lo stesso, perché non hai potuto annientarle; inconsciamente esse esistono ancora in te". E in ciò é contenuta una verità psicologica. Anche se l'uomo ha rimosso nell'inconscio i suoi impulsi malvagi e vorrebbe dirsi che non é responsabile di essi, qualcosa lo costringe ad avvertire questa responsabilità come un senso di colpa il cui motivo gli é sconosciuto. E' del tutto indubbio che nel complesso edipico si può vedere una delle più importanti fonti del senso di colpa da cui i nevrotici sono tanto spesso afflitti. Ma dirò di più: in uno studio sugli esordi della religione e della moralità umana, che ho pubblicato nel 1913 con il titolo "Totem e tabù", ho avanzato la supposizione che all'inizio della sua storia l'umanità in genere abbia derivato il suo senso di colpa, radice ultima della religione e della morale, dal complesso edipico. Mi piacerebbe dirvi di più su questo argomento, ma é meglio che ci rinunci. E' difficile staccarsi da questo tema quando si é cominciato a occuparsene, e noi dobbiamo far ritorno alla psicologia individuale.
Che cosa si può dunque scoprire del complesso edipico mediante l'osservazione diretta del bambino, all'epoca della scelta oggettuale che precede il periodo di latenza? Ebbene, si vede facilmente che il maschietto vuole avere la madre soltanto per sé, avverte come incomoda la presenza del padre, si adira se questi si permette segni di tenerezza verso la madre e manifesta la sua contentezza quando il padre parte per un viaggio o é assente. Spesso dà diretta espressione verbale ai suoi sentimenti, promette alla madre che la sposerà. Si penserà che ciò é poca cosa in confronto alle imprese di Edipo, ma di fatto é già abbastanza, in germe é la stessa cosa. L'osservazione viene spesso offuscata dalla circostanza che in altre occasioni lo stesso bambino manifesta contemporaneamente una grande affezione per il padre; tuttavia, simili atteggiamenti emotivi opposti - o per dire meglio, ''ambivalenti'' - che nell'adulto porterebbero al conflitto, nel bambino sono del tutto compatibili tra loro per un lungo periodo, così come più tardi trovano posto permanentemente l'uno accanto all'altro nell'inconscio. Si vorrà anche obiettare che il comportamento del maschietto scaturisce da motivi egoistici e non autorizza affatto a postulare un complesso erotico. La madre provvede a tutte le necessità del bambino, e il bambino ha perciò interesse che essa non si occupi di nessun altro. Anche questo é vero, ma diventa subito chiaro che in questa, come in altre situazioni simili, l'interesse egoistico offre solo il punto di appoggio, al quale si allaccia la tendenza erotica. Quando il piccolo mostra la più scoperta curiosità sessuale per la madre, quando pretende di dormirle vicino durante la notte, quando insiste per essere presente alla sua toeletta o intraprende addirittura tentativi di seduzione - come spesso la madre può costatare e riferire ridendo - la natura erotica dell'attaccamento alla madre é garantita al di là di ogni dubbio. Non si deve dimenticare neppure che la madre prodiga le stesse premure alla figlioletta, senza ottenere lo stesso risultato, e che abbastanza spesso il padre fa a gara con lei nel prendersi cura del maschio, senza riuscire ad acquistare la sua stessa importanza. In breve, nessuna obiezione critica é in grado di eliminare dalla situazione il fattore della predilezione sessuale. Dal punto di vista dell'interesse egoistico sarebbe solo sciocco da parte del maschietto non voler ammettere ai suoi servizi due persone invece che una sola.
Come vedete, ho descritto solo il rapporto del maschio con il padre e la madre. Quanto alla femmina, esso si configura in modo del tutto analogo, con le necessarie varianti. L'attaccamento affettuoso al padre, la necessità di eliminare la madre come superflua e di occuparne il posto, e una civetteria che mette già in opera i mezzi della futura femminilità, contribuiscono a dare della bimbetta un quadro incantevole, che ci fa dimenticare il lato serio e le possibili gravi conseguenze che stanno dietro questa situazione infantile. Non trascuriamo di aggiungere che spesso gli stessi genitori esercitano un'influenza decisiva sul risveglio dell'atteggiamento edipico del bambino, abbandonandosi anch'essi all'attrazione sessuale e, nel caso che vi sia più di un figlio, anteponendo nel modo più evidente nel proprio affetto il padre la figlioletta e la madre il figlio. Ma la natura spontanea del complesso edipico del bambino non può essere scossa seriamente nemmeno da questo fattore. Col sopraggiungere di altri bambini, il complesso edipico si allarga nel complesso familiare; appoggiandosi nuovamente al senso egoistico di esser danneggiati, tale complesso costituisce il motivo per cui i fratellini o le sorelline vengono accolti con avversione ed eliminati senza esitazione nel desiderio. A questi sentimenti di odio i bambini, di regola, danno molto più facilmente espressione verbale che a quelli scaturiti dai complesso parentale. Se un simile desiderio trova adempimento e la morte riporta via entro breve tempo l'indesiderato nuovo membro della famiglia, l'analisi in età più tarda mostrerà quanto importante sia stata per il bambino l'esperienza di questa morte, anche se essa non é necessariamente rimasta impressa nella sua memoria. Il bambino, spinto in seconda linea dalla nascita di un fratellino o di una sorellina, quasi isolato dalla madre per i primi tempi, molto difficilmente le perdona di essere stato negletto; in lui si insinuano sentimenti che nell'adulto sarebbero definiti di grave esasperazione e che diventano spesso la base di un duraturo estraniamento. Abbiamo già menzionato il fatto che l'esplorazione sessuale, con tutte le sue conseguenze, si riallaccia di solito a questa esperienza della vita del bambino. Con il crescere di questi fratelli o sorelle, l'atteggiamento verso di essi subisce trasformazioni molto significative. Il fanciullo può assumere la sorella quale oggetto amoroso in sostituzione della madre infedele; tra più fratelli che si contendono una sorellina più piccola, si verificano già all'epoca dei giochi quelle situazioni di rivalità ostile che nella vita successiva assumeranno grande importanza. Una bambina trova nel fratello maggiore un sostituto del padre che non si cura più di lei in modo affettuoso come nei primi anni, oppure prende una sorella minore come sostituto del bambino che ha invano desiderato dal padre. Simili cose, e molte altre ancora di natura analoga, vi mostrerà l'osservazione diretta dei bambini e la considerazione dei ricordi degli anni infantili. purché siano chiaramente conservati e non influenzati dall'analisi. Ne trarrete, tra l'altro, la conclusione che la posizione occupata dal bambino nella serie dei figli é un fattore estremamente importante per il configurarsi della sua vita successiva, che dovrebbe venir preso in considerazione in ogni biografia. Ma, ciò che é più importante, di fronte a questi chiarimenti così facili da ottenere, non potrete ricordare senza sorridere le asserzioni fatte dalla scienza per spiegare il divieto dell'incesto. Che cosa non si é inventato in proposito! L'inclinazione sessuale sarebbe stata distolta dai membri di sesso diverso della stessa famiglia a causa della convivenza fin dall'infanzia; oppure nell'innato orrore per l'incesto troverebbe la sua rappresentanza psichica una tendenza biologica a evitare i contatti tra consanguinei! Qui si dimentica completamente che da parte della legge e della morale non ci sarebbe bisogno di una tale inesorabile proibizione se ci fosse una qualsiasi sicura barriera naturale contro la tentazione dell'incesto. La verità sta nel contrario. La prima scelta oggettuale degli esseri umani é sempre incestuosa, diretta, nel caso del maschio, verso la madre e la sorella; e sono necessari i più severi divieti per trattenere dall'attuazione questa persistente inclinazione infantile. Presso i primitivi ancor oggi viventi, i popoli selvaggi, i divieti relativi all'incesto sono ancora più severi che da noi, e recentemente Theodor Reik ha mostrato in uno splendido lavoro che i riti di pubertà dei selvaggi, che rappresentano una rinascita, hanno il significato di sciogliere il legame incestuoso del fanciullo con la madre e di stabilire la sua conciliazione con il padre. La mitologia vi insegna che l'incesto, che si presume sia così aborrito dagli uomini, viene concesso tranquillamente agli déi, e dalla storia antica potete apprendere che il matrimonio incestuoso con la sorella era un precetto sacro per la persona del sovrano (presso gli antichi Faraoni e gli Incas del Perù). Si tratta quindi di un privilegio proibito ai comuni mortali. L'incesto con la madre é uno dei delitti di Edipo, l'altro é l'uccisione del padre. Sia detto per inciso che sono anche i due grandi delitti che la prima istituzione sociale-religiosa degli uomini, il totemismo, proibisce rigorosamente.
Dall'osservazione diretta del bambino rivolgiamoci ora all'indagine analitica di adulti diventati nevrotici. Qual é il contributo dell'analisi per un'ulteriore conoscenza del complesso edipico? E' presto detto. Essa lo presenta così come la leggenda lo racconta; mostra che ognuno di questi nevrotici é stato egli stesso un Edipo o, ciò che mette capo alla stessa cosa, per reazione al complesso é divenuto un Amleto. Naturalmente, la descrizione che dà l'analisi del complesso edipico é una amplificazione semplificata dell'abbozzo infantile. L'odio contro il padre, il desiderio di morte nei suoi confronti, non sono più timidamente accennati, la tenerezza per la madre riconosce il proprio scopo di possederla come donna. Possiamo realmente attribuire questi impulsi emotivi brutali ed estremi a quei teneri anni infantili o invece l'analisi ci inganna inserendo un nuovo fattore? Non é difficile scoprirne uno. Ogniqualvolta un uomo riferisce sul passato, si tratti pure di uno storiografo, dobbiamo prendere in considerazione ciò che egli senza volere traspone nel passato dal presente o da periodi intermedi, così da falsare il quadro. Nel caso del nevrotico c'é perfino da domandarsi se questa trasposizione regressiva sia del tutto inintenzionale; in seguito ci toccherà scoprirne alcuni motivi e prendere atto del valore che spetta in generale al "fantasticare retrospettivo" sul proprio lontano passato. Scopriamo altrettanto facilmente che l'odio verso il padre é rafforzato da una quantità di motivi che provengono da epoche e circostanze successive, e che i desideri sessuali nei confronti della madre assumono forme che di necessità erano ancora aliene al bambino. Ma sarebbe fatica inutile voler spiegare l'intero complesso edipico mediante il fantasticare retrospettivo e volerlo riferire a epoche successive. Il nucleo infantile, come pure un numero maggiore o minore di elementi accessori, permangono com'é testimoniato dalla diretta osservazione del bambino. Il fatto clinico che ci appare dietro la forma del complesso edipico, quale risulta dall'analisi, é della massima importanza pratica. Rileviamo che all'epoca della pubertà, allorché per la prima volta la pulsione sessuale fa sentire le sue pretese, gli antichi oggetti familiari e incestuosi vengono riassunti e libidicamente reinvestiti. La scelta oggettuale infantile era solo un debole preludio, che ha indicato però la direzione della scelta oggettuale nella pubertà. A questo punto si svolgono, dunque, processi emotivi intensissimi in direzione del complesso edipico o in reazione a esso, i quali però, essendo le loro premesse diventate intollerabili, devono in gran parte rimanere lontani dalla coscienza. A partire da questo momento, l'individuo umano deve dedicarsi al grande compito di svincolarsi dai genitori e solo dopo la soluzione di questo compito può cessare di essere un bambino e diventare un membro della comunità sociale. Per il figlio, il compito consiste nello staccare i suoi desideri libidici dalla madre onde impiegarli nella scelta di un oggetto d'amore estraneo e reale, e nel conciliarsi con il padre se é rimasto in antagonismo con lui o nel liberarsi dalla sua oppressione se, reagendo alla ribellione infantile, é incorso in un rapporto di soggezione nei suoi confronti. Questi compiti si pongono a ognuno di noi, ed é degno di nota quanto raramente il loro assolvimento riesca in modo ideale, in modo cioè corretto sia psicologicamente, sia socialmente. Ai nevrotici, però, questo distacco non riesce affatto: il figlio rimane per tutta la vita piegato sotto l'autorità del padre e non é in grado di trasferire la sua libido su un oggetto sessuale estraneo. La stessa sorte può toccare, mutando le parti, alla figlia. In questo senso il complesso edipico é ritenuto, a ragione, il nucleo delle nevrosi.
Signori, voi intuite
come io abbia toccato solo di sfuggita un gran numero di
circostanze di notevole importanza pratica
e teorica, connesse col complesso edipico. Non mi addentro
nemmeno nelle varianti e nel possibile rovesciamento
di quest'ultimo. Voglio accennarvi soltanto
a una delle sue più remote
ramificazioni: e cioè a come si é dimostrato uno
degli elementi che maggiormente hanno determinato
la produzione poetica. In un'opera meritoria Otto Rank ha mostrato
che i drammaturghi di tutti i tempi
hanno attinto i loro soggetti principalmente dal complesso edipico
e dall'incesto, dalle sue varianti e dai suoi travestimenti.
Inoltre, non si deve omettere di menzionare che molto
prima dell'avvento della psicoanalisi, i
due desideri delittuosi del complesso edipico sono
stati riconosciuti come i veri rappresentanti della vita pulsionale priva
di inibizioni. Tra gli scritti dell'enciclopedista Diderot figura un dialogo
famoso, "Le neveu de Rameau" ["Il nipote di Rameau"],
reso in tedesco nientemeno che da Goethe.
Ivi potete leggere questa frase sorprendente:
"Se il piccolo selvaggio fosse abbandonato a sé stesso,
e se conservasse tutta la sua debolezza mentale e alla
mancanza di ragione propria del bambino in fasce congiungesse
la violenza delle passioni dell'uomo di trent'anni, torcerebbe
il collo al padre e giacerebbe con la madre" [in francese nel testo]. C'é
qualcos'altro ancora che non posso tralasciare. La madre-sposa di
Edipo non deve averci richiamato invano ai sogni. Ricordate
ancora il risultato delle nostre analisi dei sogni? che i desideri costruttori
del sogno sono tanto spesso di natura
perversa, incestuosa, o tradiscono un'insospettata ostilità
verso congiunti prossimi e amati? Allora abbiamo lasciato
inspiegato da dove provengano questi impulsi cattivi.
Ora potete dirlo da voi. Sono collocamenti della libido e investimenti
oggettuali che datano dall'infanzia e sono stati
abbandonati da lungo tempo nella vita cosciente, ma che nottetempo si dimostrano
ancora presenti e in un certo senso efficaci. Ma, poiché
tutti gli uomini hanno questi sogni perversi, incestuosi e
omicidi, e non solamente i nevrotici, possiamo trarre la
conclusione che anche coloro che oggi sono normali hanno
percorso il cammino evolutivo attraverso
le perversioni e gli investimenti oggettuali del complesso
edipico, che questo cammino é quello
dello sviluppo normale, che i nevrotici ci
mostrano soltanto ingrandito e aggravato ciò che
l'analisi dei sogni ci rivela a proposito delle persone sane. Ed é
questo uno dei motivi per cui abbiamo fatto precedere lo
studio dei sogni a quello dei sintomi nevrotici.